Il cessate il fuoco annunciato sul fronte del conflitto con l’Iran ha offerto ad Ankara una nuova opportunità per mostrare la propria agilità diplomatica in un contesto regionale estremamente volatile, mentre il presidente Recep Tayyip Erdoğan si è mosso rapidamente per posizionare la Turchia al centro degli sforzi di de-escalation.
Secondo i servizi stampa turchi, Erdoğan ha discusso gli ultimi sviluppi regionali in una telefonata con il presidente degli Stati Uniti Donald Trump, con il cessate il fuoco al centro della conversazione. Il presidente turco ha accolto con favore la tregua e ha sottolineato che questa apertura deve essere gestita con attenzione per creare le condizioni per un assetto più stabile ed evitare mosse che possano compromettere il processo.
Fonti diplomatiche turche hanno dichiarato che Ankara continuerà a sostenere gli sforzi volti alla de-escalation e a una soluzione più duratura, presentando il momento attuale come una rara apertura diplomatica in una crisi ancora segnata dalla presenza di molteplici centri di potere instabili.
La parte turca collega inoltre questa fase a una più ampia rete di contatti che, secondo le stesse fonti, ha coinvolto Paesi come Pakistan ed Egitto nel tentativo di mantenere la comunicazione tra le parti. Parallelamente, Ankara ha evidenziato il ruolo del proprio Servizio nazionale di intelligence, che secondo i funzionari turchi avrebbe operato dietro le quinte su più fronti per contribuire a prevenire un’escalation regionale più ampia.
Tuttavia, gran parte di questa narrazione proviene da fonti ufficiali turche o legate all’intelligence, rendendo difficile valutare in modo indipendente la reale portata e l’efficacia dell’intervento.
Questa ambiguità è al centro della lettura geopolitica della posizione attuale della Turchia. Ankara non si presenta come un mediatore neutrale in senso stretto, ma piuttosto come una potenza regionale in grado di mantenere canali simultanei con campi contrapposti, sfruttando la propria posizione tra l’Occidente, il Medio Oriente e il più ampio mondo musulmano.
Questo approccio si inserisce pienamente nella più ampia dottrina turca dell’“autonomia strategica”, che negli ultimi anni ha cercato di preservare ponti operativi con tutti i principali attori senza allinearsi completamente con nessuno di essi.
In questo quadro, Ankara sembra determinata a trasformare la crisi in un’opportunità di rafforzamento diplomatico. L’obiettivo non è solo contribuire a prevenire una nuova escalation militare, ma anche consolidare il proprio ruolo come interlocutore utile in quella che potrebbe diventare una nuova fase cruciale dei negoziati regionali.
Allo stesso tempo, i funzionari turchi sono consapevoli che l’esito reale dipende meno da Ankara che dalle decisioni prese a Washington e a Teheran, dal fatto che Israele resti all’interno del quadro del cessate il fuoco e dall’eventuale emergere di incidenti militari paralleli altrove che potrebbero rapidamente compromettere il fragile equilibrio.
Per la leadership politica turca e per l’opinione pubblica, Israele porta la principale responsabilità per questa guerra.
Per ora, la tregua appare meno come una soluzione definitiva che come una pausa temporanea nell’escalation.
È per questo che l’attuale dinamismo diplomatico della Turchia va letto su due livelli: da un lato come un reale sforzo per mantenere aperti i canali di comunicazione; dall’altro come un tentativo di capitalizzare politicamente su una crisi che sta ridefinendo gli equilibri regionali.
Ankara comprende che in momenti come questi il valore di uno Stato si misura non solo dal peso militare, ma anche dalla sua utilità come canale di comunicazione, mediatore e polo di stabilizzazione politica.
In questo senso, il ruolo della Turchia si inserisce in una tendenza più ampia in cui le potenze medie cercano maggiore rilevanza durante crisi in cui le grandi capitali perseguono una de-escalation controllata senza rinunciare alla leva strategica.
La Turchia vuole essere presente in questa fase non semplicemente come Paese vicino agli eventi, ma come uno Stato in grado di offrire servizi di comunicazione, stabilizzazione e gestione politica.
Ankara ha anche interessi propri, poiché non vuole che i curdi nella regione ottengano una maggiore autonomia.
Il fatto che la mediazione turca possa rivelarsi utile dipenderà dalla tenuta del cessate il fuoco, dall’avanzamento di eventuali negoziati successivi e, soprattutto, dal fatto che gli attori principali continuino a considerare utile il ruolo della Turchia.
Per ora, Ankara sta chiaramente cercando di collocarsi al centro di un’equazione altamente complessa, anche se i confini e i risultati concreti di questo attivismo diplomatico restano indefiniti.
La pressione economica cresce sotto la superficie della diplomazia
L’opportunità geopolitica, tuttavia, arriva in un momento difficile sul piano finanziario.
Nelle ultime settimane la banca centrale turca ha speso decine di miliardi di dollari delle proprie riserve in valuta estera e oro per stabilizzare la lira sotto la pressione dei mercati innescata dalla guerra che coinvolge l’Iran.
La banca ha venduto 52 tonnellate d’oro e ha effettuato operazioni di swap sull’oro per un valore di circa 20 miliardi di dollari al fine di aumentare la liquidità in dollari e sostenere la valuta nazionale. Interventi paralleli sul mercato dei cambi hanno aumentato ulteriormente la pressione, con oltre 30 miliardi di dollari spesi dall’inizio della guerra, mentre alcune stime dei media turchi collocano il totale delle vendite di valuta vicino ai 49 miliardi.
Queste misure evidenziano la portata dello sforzo di Ankara per proteggere la lira dagli shock geopolitici che hanno indebolito la fiducia degli investitori e accelerato i deflussi di capitale.
La vulnerabilità della Turchia è particolarmente acuta a causa della sua forte dipendenza dalle importazioni energetiche. L’aumento dei prezzi di petrolio e gas legato al conflitto ha intensificato le pressioni inflazionistiche e aggravato gli squilibri esterni, costringendo le autorità a dare priorità alla stabilità valutaria come parte della più ampia strategia anti-inflazione.
I dati ufficiali mostrano che l’inflazione si è attestata al 30,87% a marzo, sottolineando come il conflitto regionale stia incidendo direttamente su un contesto macroeconomico turco già fragile.
Tradotto da Cesare Ceccato. Leggi qui l’articolo originale.
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